25 novembre tutto l’anno. Tre libri sulla violenza sulle donne.
In occasione dello scorso 25 novembre, Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, Federica Marri, del team di Expatclic, ha parlato, a Volterra, di 3 libri sulla violenza sulle donne. Ce li racconta in questo post.
Anche quest’anno Barbara Agostini dell’associaziaone “Pane di luna” e la Commissione Pari Opportunità del Comune di Volterra mi hanno coinvolta nelle attività legate al 25 novembre per una lettura collettiva a voce alta. D’altra parte il gesto della lettura nasce come pratica collettiva.
Nella scelta dei testi non ho esitato: La casa tonda di Louise Erdrich, Caccia alle streghe, Guerra alle donne di Silvia Federici e La Palestina è una questione femminista di Nada Elia.
Da dove parto? Dal colonialismo; dalla violenza contro le donne, sì, ma quali donne? Dalle donne+ intersezionali[1] con vissuti migratori forzati dalle contingenze, vittime di una violenza istituzionale razzializzata, che aggrava le condizioni di quelle fra loro che subiscono anche violenza domestica, sovente lacerate da desideri e sentimenti contraddittori rispetto alla cultura, ai valori e alla comunità nativa.
Donne di cui si parla, ma a cui non si concede parola: ecco perché queste tre penne.
La casa tonda di Louise Erdrich inizia proprio con uno stupro ferocissimo, cattivo, tronfio dell’arroganza del sostegno della cultura razzista e suprematista bianca che garantisce comprensione, indulgenza, impunità.
A raccontare è il figlio tredicenne della donna stuprata, Geraldine e “la casa tonda” è il luogo del crimine e lo spazio coloniale che definisce crimini, criminali e materializza la violenza politico-istituzionale e le asimmetrie di potere storicamente stratificate e incancrenite. Il senso di oppressione e ingiustizia è così tangibile e irrisolvibile che si impone la sospensione del giudizio rispetto alle vicende che ci vengono raccontate.
Ci troviamo in una riserva indiana del North Dakota. A pagina 234 del testo tradotto bene da Vincenzo Mantovani nell’edizione di Feltrinelli, le parole disegnano la terra squarciata da confini tagliati con raziocinico sadismo che definiscono le gerarchie di potere della cultura coloniale insediativa. Quella cultura che esige l’eliminazione delle popolazioni autoctone di un luogo che deve essere reinventato come vergine, confini che determinano quando un’azione è da considerare crimine in base a dove, da chi e contro chi è stata compiuta.
Nada Elia e Silvia Federici, partono per le loro ricerche con le donne+ intersezionali native e/o con vissuti migratori ed arrivano al colonialismo e al colonialismo di insediamento nord americano, per rintracciarne la spietata continuità storica in diversi contesti geografici ed entrare in dialogo con le parole di Loiuse Erdrich[2].



La loro lettura di genere intersezionale identifica nella violenza contro le donne+, che subiscono le politiche coloniali insediative, delle peculiarità che obbligano a riconfigurare, ripensare le forme di questo fenomeno culturale illuminato dalle parole delle donne native di popoli e terre coloniali e delle donne con vissuti di migrazioni forzate. Donne+ indebolite e vittimizzate dalle politiche razziste e misogine di cultura coloniale e capitalista dei paesi democratici e liberali fondati su questo paradigma così radicato da definire il discorso culturale fine dalla formazione scolstica e, come afferma Silvia Federici, “le forze sono potenti e non saranno facilmente sconfitte”, proprio come le erbacce che il nostro tredicenne e il padre tentano inutilmente di sradicare dagli interstizi dei muri crepati della loro casa.
Ci pensa Geraldine a non compiacerci, a non farsi vittima, a non sottomettersi alla narrazione dominante. Nel momento di dolore più acuto afferma la sua volontà e rivendica il suo spazio fisico e temporale di guarigione nel silenzio, potendo contare sull’amore che la circonda in casa e il rispetto profondo di cui gode da parte di due uomini: il marito e il figlio.
La Palestina è una questione femminista è un titolo che coglie appieno il posizionamento di Nada Elia che rivendica diritto di parola da una prospettiva femminista su una questione che solitamente viene categorizzata diversamente. Preferisco però il titolo originale Greater than the sum of our parts, mi pare colga meglio l’anima della resistenza palestinese che risiede nella consapevolezza di ognun+ di essere parte di qualcosa che va oltre il proprio sé e questo sé (r)esiste come parte di questo insieme. La resistenza dei popoli sottoposti a genocidio ha una forza poetica incontenibile e magnetica.
Nada Elia raccoglie le storie e le voci delle donne native americane e ci ricorda che quella terra che chiamiamo America in realtà si chiama ‘Isola della tartaruga’ e in questa tormentata storia rintraccia le medesime caratteristiche della sua gente e della sua terra, la Palestina.
Lei, palestinese americana, rintraccia le affinità storiche e culturali fra stato israeliano e Stati Uniti. La violenza sulla terra e sui corpi delle persone autoctone è implacabile, sempre rinnovata attraverso il passare del tempo e sempre tecnologicamente aggiornata e quindi più feroce, più brutale e annientante. Sono agghiaccianti le pagine dove ricorda che il cinquanta per cento delle donne native di quella che è l’Alaska denunciano stupri e violenze, come quella che subisce Geraldine, come quelle di cui racconta Silvia Federici riportandoci alla “highway of tears”, penoso richiamo storico al “trial of tears” del 1830, che inaugurò le deportazioni dei popoli nativi americani e il velocizzarsi delle pratiche di sterminio, mai cessate. La ‘highway of tears” è un’autostrada canadese divenuta famosa per gli assassini di donne+ di cui la maggior parte appartengono ai popoli nativi.
Le donne, come ci illustra ottimamente Silvia Federici, a causa dei loro ruoli vitali, nevralgici nella riproduzione dei saperi e dei corpi, sono il bersaglio primario: stuprate, sterilizzate, ammazzate, smembrate, zittite.
Stesse pratiche, stessi metodi istituzionali e militari. Atterrisce la violenza sistematizzata, culturalmente costruita e perseguita con cosciente determinazione e lo scopo esplicito di estirpazione fisica, di tutto ciò che è autoctono inclusi i corpi: pulizia etnica e sterminio.
Silvia Federici, studiosa, viaggiatrice, ci schiude il mondo: Asia, Africa, Americhe, Europa da dove partì tanti anni fa e dove è ritornata per continuare a donarci una lente di osservazione di cui far tesoro.
In Caccia alle streghe, guerra alle donne, con una lingua precisa, ricca e uno stile letterario coinvolgente al servizio del suo sguardo osservatore, attento e sensibile, rintraccia l’attualità di una pratica che pensiamo storicamente archiviata nello sviluppo dell’economia capitalista, che inizia con la privatizzazione della terra e che viene esportata attraverso il colonialismo e rinnovata fino ad oggi grazie alle politiche di sviluppo imposte da agenzie internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
E si torna alla terra centro della riproduzione della vita e delle sue attività complementari in cui le donne sono competenti e sapienti da sempre e a tutte le latitudini. Non è per caso, ci indica Silvia Federici, che la cultura capitalista aggredisce questi ambiti, svalorizzandoli e marginalizzandoli con acrimoniosa determinazione tesa a distruggere e annientare.
E tutto questo leggendo a voce alta insieme ad altre persone in un antico palazzo di Volterra mentre fuori venivano allestiti gli addobbi natalizi.
Buona lettura,
Federica
Dicembre 2025
Foto di testata: Getty Images su licenza Unsplash
[1] Prendo il + in prestito dall’acronimo LGBTQI+ per evidenziare che quando uso la parola ‘donna’ intendo donne con ogni tipo di soggettività di genere. Intersezionali fa riferimento ai fattori corporali – colore della pelle, tratti somatici, abilità fisiche e intellettive, culturali – religione, lingua materna, valori e di genere/sessualità che in interazione e, per alcuni, in continuo divenire, fanno parte della soggettività di ogni persona.
[2] In arabo c’è una pratica chiamata ‘hadda’ che sta ad indicare i confronti orali, botta e risposta, a voce alta che vengono fatti consuetudinarimente durante le celebrazioni. Sono momenti collettivi di grande coinvolgimento e non di rado ricchi di ironia e comicità. Ecco, quando avverto testi affini mi piace metterli in dialogo come un ‘hadda’, ad alta voce.