L’ultimo dono (The last gift), di Abdulrazak Gurnah, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2021. Recensito da Barbara che ha letto il libro nella versione originale inglese.
Tendenzialmente evito di leggere libri che hanno vinto il Nobel: quel riconoscimento così prestigioso mi intimorisce un po’. Temo di non essere all’altezza e che la lettura risulti troppo intellettuale per i miei gusti più “terra a terra”.
E’ uno dei tanti pregiudizi che finiscono per bloccarmi, impedendomi, in alcuni casi, di scoprire qualcosa di nuovo.
Ma leggendo nel programma del Salone del Libro del 2023 che tra gli ospiti ci sarebbe stato Abdulrazak Gurnah, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2021, ho deciso di mettere da parte le mie esitazioni, comprando il suo romanzo vincitore, L’ultimo dono.
Ho dovuto ricredermi fin dalle prime righe. La scrittura di Gurnah mi ha immediatamente catturata, risvegliando in me emozioni familiari, legate alla mia esperienza di immigrata e al tempo stesso mostrandomi nuove sfumature di cosa significhi vivere in un paese straniero.
Al centro del romanzo c’è Abbas, che dopo aver sofferto un collasso a 63 anni, ricorda il suo percorso dall’Africa all’Inghilterra dal letto in cui giace. Abbas non hai mai raccontato a nessuno del suo passato, della sua vita di marinaio prima di incontrare sua moglie Maryam e cominciare la sua vita tranquilla in una cittadina inglese.
Non è solo Abbas a riflettere in questo momento in cui la sua salute lo obbliga a guardarsi dentro, sono anche i membri della sua famiglia che all’improvviso si ritrovano a doversi confrontare con la direzione che le loro vite hanno preso e provare a capire come gestire il passato, per migliorare il futuro.

Maryam, la moglie, è costretta a confrontarsi con una lunga serie di traumi che hanno segnato la sua esistenza, cominciando il suo abbandono alla nascita, senza sapere nulla delle sue origini. Un infanzia difficile, caratterizzata da continui spostamenti dovuti alle numerose esperienze di affido, fino ad arrivare all’adozione da parte di una coppia indo-mauriziana.
Ma sono le esperienze dei figli che nel romanzo mi hanno toccata più profondamente; forse perché nei loro dilemmi mi sono spesso ritrovata a pensare alle mie figlie, anche loro cresciute tra due culture. Jamal e Hanna, pur essendo nati in Inghilterra, faticano a trovare un autentico senso di appartenenza, e affrontano questa ricerca con approcci diversi.
Per Hanna è fondamentale integrasi: si avvicina alla famiglia del suo ragazzo inglese, e fa di tutto per essere “una di loro”. Jamal intraprende il percorso opposto, cercando un contatto con le proprie radici migranti e dedicando i suoi studi alla comprensione delle difficoltà e delle dinamiche legate alle migrazioni verso l’Europa.
I due fratelli vivono in città diverse ma quando la malattia del padre li costringe a tornare a casa, sono chiamati a confrontarsi con la sofferenza ma anche con il proprio senso di smarrimento, rendendosi conto di quanto poco conoscano la storia dei genitori.
L’ultimo dono esplora gli effetti duraturi dell’immigrazione su genitori e figli, evitando qualsiasi cliché tipico dei romanzi sull’esperienza migrante.
Gurnah affronta temi a me molto cari, identità culturale, appartenenza, sensi di colpa, esilio usando un linguaggio semplice e profondamente empatico, in cui mi sono ritrovata. Un romanzo che mi ha commosso e fatto riflettere.
Una bella scoperta e un invito a ricordami di zittire quelle vocine interne che a volte mi frenano dal lasciarmi sorprendere da qualcosa di nuovo.
Barbara Amalberti
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