Salvatore Canzio è stato un libro umano alla seconda edizione della Libreria Umana di Expatclic. Allora viveva a Varsavia e ci aveva parlato di una bellissima realtà: il coro multiculturale di cui faceva parte. L’entusiasmo e la genuinità di Salvatore nel raccontare la sua esperienza all’interno del coro, è stata una boccata d’aria fresca e ritroviamo il suo stesso entusiasmo tra le pagine del suo libro, Ex-Pat, straniero due volte.
Sei uno dei tanti ragazzi che hanno lasciato l’Italia, e nello specifico la Calabria, per andare a lavorare all’estero e, dopo tanti anni, hai deciso di ritornare. Cosa ti ha spinto a raccogliere le tue esperienze e i sentimenti che le hanno accompagnate, in un libro?
Vivere all’estero ti insegna molto, ma ti lascia anche addosso una sensazione difficile da definire: sentirti a casa in più luoghi e, allo stesso tempo, un po’ ovunque fuori posto. Un dualismo che a lungo andare ti logora e che volevo urlare al mondo.Ho scritto questo libro perché sentivo che certe emozioni (lo sradicamento, la nostalgia) avevano bisogno di una voce. L’emigrazione non è solo una scelta economica ma anche emotiva, identitaria. Raccontare questo viaggio è stato un modo per riconciliarmi con il mio percorso e, forse, aiutare altri a leggere il proprio con più tenerezza.

Nei capitoli dedicati a Varsavia riesci a descrivere molto bene le emozioni tipiche di chi vive in espatrio, oltre a dare una visione concreta della città e della tua vita sociale e professionale. Anch’io mi ritrovo ad affrontare un ritorno, mi farebbe piacere che ci raccontassi come stai affrontando questo cambiamento: sei tornato nel tuo paese d’origine? Come ti sei riorganizzato dal punto di vista lavorativo, e come sei riuscito a trovare il tuo posto all’interno di una comunità che immagino molto diversa da quella di Varsavia.
Il ritorno è stato, per certi versi, più complesso della partenza. Sì, sono tornato nel mio paese d’origine, ma non si torna mai davvero “come prima”: torni con uno sguardo diverso, con altre abitudini, con un’identità che nel frattempo si è stratificata. Non è un rientro lineare né immediatamente rassicurante. Dal punto di vista lavorativo ho dovuto rimettere tutto in discussione, accettando una fase di transizione fatta di adattamento, compromessi e anche qualche incertezza. Mi sono scontrato con differenze profonde nei ritmi, nelle aspettative e nel modo di intendere il lavoro, e spesso sono riemersi proprio quei motivi che mi avevano spinto ad andare via: il sentirsi poco valorizzati, la scarsità di opportunità, la difficoltà a vedere riconosciute competenze ed esperienze maturate altrove. Anche inserirsi nella comunità non è immediato: non per mancanza di accoglienza, ma perché mondi culturali e professionali troppo diversi a volte faticano a parlarsi. È stato necessario accettare questa frizione, senza idealizzare né ciò che avevo lasciato né ciò che stavo ritrovando, e costruire lentamente un nuovo equilibrio. Ho capito che trovare il proprio posto non significa replicare ciò che si era altrove o ‘’portarlo’’ in un altro luogo, ma imparare a stare nel presente, accettando le differenze senza idealizzare né il passato né il ritorno. In questo senso, il rientro è ancora un processo in corso, più che un punto di arrivo.

Mi riconosco molto nelle tue parole, hai descritto perfettamente quello che provo. È facile cadere nella trappola dell’idealizzare ciò che si è lasciato, da una parte e dall’altra, e perdere il contatto con il presente. Il trucco, per me, sta nel riuscire a trovare un equilibrio tra le due realtà e, come dici giustamente tu, è un processo in corso. A questo proposito vorrei chiederti cosa ti aiuta in questo percorso, quali sono gli strumenti che hai a disposizione e se la scrittura è uno di questi strumenti.
Sia quando sono partito la prima volta sia quando sono tornato, ho sempre avuto una bussola molto affidabile: la mia famiglia e i miei legami. Sono stati (e continuano a essere ) il mio punto di orientamento più solido nei momenti di spaesamento e di cambiamento. Allo stesso tempo, sono stato bravo e fortunato nel trovare e ritrovarmi nelle mie passioni: unirmi a un coro polifonico in un paese limitrofo mi ha aiutato a sentirmi meno “straniero”, proprio come era successo a Varsavia, dove facevo parte di uno internazionale che è stato poi un libro umano nell’edizione 2022.Ho capito che non esiste il luogo perfetto ma il compromesso perfetto che noi riusciamo a dare. Nel mio profondo, sarò sempre un po’ il polacco tornato in Calabria e allo stesso tempo quello a cui il paese sta un po’ stretto. Mi riconosco molto in quello che Carmine Abate definisce “vivere per addizione”: non sostituire, ma sommare esperienze, luoghi, legami. E la scrittura, in questo senso, ha sempre avuto per me una funzione catartica: mi aiuta a mettere ordine nei pensieri e, attraverso la condivisione, a confrontarmi con gli altri. È uno spazio di dialogo e, soprattutto, di crescita.
Bellissimo il concetto di “vivere per addizione”. Penso che sia proprio così che le nostre esperienze da “ex-pat” possano dare un vero contributo, a noi stessi e, mi piace pensare, anche a chi ci sta intorno. Nel tuo libro ho trovato una certa irrequietezza, il desiderio o bisogno di essere da un’altra parte. Per concludere questa bella chiacchierata vorrei chiederti se al momento ti senti nel posto giusto.

Se devo rispondere con sincerità, direi che non mi sento “arrivato”, ma nemmeno perso. Mi sento in cammino ed è una condizione che ormai riconosco come parte di me, quella irrequietezza che in tedesco chiamano Fernweh, una sorta di nostalgia o richiamo per l’altrove, per ciò che non si è ancora vissuto. Nel libro parlo della “mente del viaggiatore” come di un territorio in continuo movimento, sospeso tra il desiderio di esplorare e quello di appartenere. Non completamente fermo, ma nemmeno in fuga. Mi sento nel posto giusto non perché abbia trovato un punto definitivo di approdo, ma perché ho imparato a riconoscere casa anche dentro il movimento. Forse essere nel posto giusto significa proprio questo: riuscire a restare, senza smettere di viaggiare interiormente.
Grazie per aver condiviso le tue riflessioni su temi importanti per coloro che sono partiti e tornati, anche più volte.
Potete trovare il libro di Salvatore, Ex-Pat, straniero due volte, in tutte le librerie italiane e le principali piattaforme online o sul sito della casa editrice Elsa Major Edizioni.
Barbara Amalberti
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