Ringraziamo di cuore Francesca Laconi per questa splendida recensione di Diagenesi (Ed. La Gru), il primo romanzo della nostra cara Carla Cristofoli, assidua frequentatrice del Tè Letterario di Expatclic.
Può il dolore della perdita, dell’abbandono, dell’incompiutezza diventare la materia prima per una rinascita? La risposta a questo quesito è complessa, stratificata, e allo stesso tempo essenziale.
Carla Cristofoli, al suo romanzo di esordio, offre al lettore un’esperienza di narrativa introspettiva di grande profondità e valore, arricchita da uno stile intenso e pervasivo, ma anche poetico, sapiente ed elegante, da cui emerge un grande amore e rispetto per le parole, la loro etimologia, il loro peso, il loro suono, il loro «piglio scientifico». Questo è Diagenesi, un titolo evocativo, che non è solo “il titolo”, bensì la promessa dell’autrice ai suoi lettori.

Il termine, mutuato dalla geologia, indica quel processo chimico-fisico per cui i sedimenti sciolti, come sabbia, fango, argilla, sottoposti a un’enorme pressione, col tempo si compattano, divenendo roccia, solida roccia. L’idea di qualcosa che si destruttura, che si allontana dalla sua forma originaria, «dalla sua genesi per farsi sempre più diverso, altro dal noto, da ciò per cui era stato pensato, altrimenti percepito», disegna perfettamente l’arco di trasformazione che Prisca, la protagonista del romanzo subisce nel corso della narrazione.
Prisca Rizzi, è una quarantenne, obesa, di ottantatré chili e alta un metro e sessanta; sarda di origine, ma residente a Parigi, dove lavora come traduttrice, e si potrebbe dire che fosse destinata a questa professione, ispirata dalla nonna Ada che «veniva da un paese lontano che sta nell’Est, del nord, ai confini del mondo» e con la quale Prisca intrattiene una fitta corrispondenza durante la sua infanzia: «è stato questo scrivere lento, l’attesa della risposta, il lavoro di interpretazione di quel suo italiano straniero che l’hanno portata a diventare una traduttrice. È grazie a lei che ha sviluppato la capacità di restare sulle parole, di accompagnarle nel loro viaggio da una lingua all’altra, prendendole tra le dita, spostandole lungo il corso della riga, a volte piegandole, ma con dolcezza, per non spezzarle, perché quella nuova genesi fosse quanto più indolore possibile.»
Incontriamo Prisca, in un momento cruciale della sua vita, quando lascia Parigi per far ritorno in Sardegna e si ristabilisce a casa di Madre. Nei quattro anni precedenti sono accaduti dei fatti da cui sono scaturite forme di dolore diverse, viscerali che ancora devono essere metabolizzate e superate. È una fuga la sua, fugge da un divorzio doloroso dal marito Amir, che precede di poco la morte del padre, fugge perché «la sua intenzione era quella di allontanarsi per ritrovarsi, abbandonare per recuperare e decidere cosa fare.»
È come se Prisca fino a quel momento avesse vissuto in una sorta di torpore, che la portava più a subire la vita e i suoi accadimenti che non a viverli appieno e affrontarli con energia, la sua filosofia esistenziale era: «non fare, lasciare che la vita trovi naturalmente le sue soluzioni, non intervenire, anzi, fare un passo indietro». È cresciuta con un costante senso di inadeguatezza e insicurezza sia fisica sia emotiva. Si trascina dentro a un corpo ingombrante nel quale la sua anima si incapsula per rifugiarsi, per non essere sopraffatta dagli eventi del mondo esterno, rumoroso, caotico, che cresce e si sviluppa in modo disordinato. Ha tentato di abbellire e addolcire questo suo corpo ma lui «non risponde né ad attività fisiche, né a regimi alimentari; si allarga e si restringe a capriccio.»

Subisce dunque, Prisca. Subisce Amir. Lo conosce a un convegno per interpreti e traduttori, ventotto anni lei, quaranta lui. Un amazight fiero di esserlo, attraente, spigliato, con la battuta pronta, saccente, con un obiettivo chiaro, sposarsi e mettere su famiglia, per avere «un figlio a cui donare lo splendido patrimonio genetico di cui si sentiva in possesso. … Maschio, ovviamente», e Prisca sembrava perfetta e pronta per accogliere e custodire la sua futura progenie, «per lui il corpo della donna altro non è che un involucro o una scatola il cui funzionamento gli è, non solo sconosciuto, ma soprattutto indifferente.» Così convolano a nozze, non perché lei realmente lo desideri, bensì perché incapace di dire no. Ma il corpo di Prisca si rifiuta di procreare, e quando dopo otto anni di matrimonio e terapie ormonali lei ammette, più a se stessa che ad Amir che non è pronta ad avere un figlio, la rottura è inevitabile. Si rifugia in 21 metri quadrati di appartamento, sufficienti a contenere tutta la sua lenta e pesante esistenza. Va avanti Amir, persegue il suo obiettivo, trova un’altra compagna e a un anno dalla loro separazione nasce Youssef, mentre Prisca, seduta in un parco sbircia lo scorrere rapido della sua nuova vita. Quando decide di lasciare Parigi, lo chiama per comunicarglielo, perché in fondo «qualche valore per Amir doveva pure averlo … Nel corso degli anni passati insieme si era creata fra di loro una profonda, sottile intimità, o meglio, una sorta di intuitività , così che, per capirsi, bastava uno sguardo, una posa della testa, un mezzo sorriso.» I due si incontrano per salutarsi e accade qualcosa di inaspettato: «lui non aveva nessun altra esigenza che prenderla, lei nient’altro voleva che averlo. Scoprivano in quel loro ultimo atto erotico qualcosa di grandemente struggente e totalmente nuovo: il preludio alla fine si rivelava l’atto creativo che erano stati incapaci di realizzare in tutta la loro precedente relazione.» Era il 25 novembre.
Subisce dunque Prisca. Subisce il dolore per la morte di Padre. La perdita di un genitore spalanca le porte a un dolore nuovo, mai provato prima, quasi fosse il loro ultimo insegnamento, la loro ultima lezione di vita: «mette radici, si fa profondo e cupo. … Sarebbe liberatorio poter urlare questo dolore sordo che echeggia dentro di lei, invece di covarlo e al tempo stesso soffocarlo.» Quello tra Prisca e il padre, era un rapporto fatto di tanti silenzi e pochi dialoghi cortesi, tanto pudore e riservatezza, ma comunque fatto di presenza. Ed è proprio questo che si fa fatica ad accettare: l’assenza, quel vuoto che non è più colmo dei gesti quotidiani, delle abitudini indovinate anche a migliaia di chilometri di distanza, quell’assenza rende orfani. Difficile non sentire il sapore amaro delle lacrime che Prisca versa nell’ultimo respiro del padre, sembra di sentirle scorrere sul viso, «ha pianto il pianto più profondo che avesse mai pianto. … E in quel pianto Prisca avrebbe voluto stare all’infinito». Ora Padre le parla nei sogni, e in sussurro le dice: «Cosa sei venuta a fare qua? Svegliati Prisca, svegliati.»

Si sveglia Prisca. L’evento che determina la decisione che la porta ad allontanarsi da Parigi è la morte di una vicina di casa, Madame Cortet, una traduttrice scientifica. La donna morì nella più totale solitudine di un appartamento sudicio e maleodorante, il suo corpo venne recuperato a circa un mese dal decesso. Prisca sente di avere in comune con la donna molto più di quanto vorrebbe: «traduttrici, sole nel lavoro, entrambe avevano creato uno spazio domestico che le isolasse, senza un compagno, senza figli, senza famiglia, due anime incastrate in corpi difficili da gestire, che continuamente mettevano in imbarazzo un sistema costruito su altri paradigmi. Forse per questo entrambe decidono di coniugare la propria vita in un’altra lingua.» Nel timore di farsi morire e finire dentro una «bara vuota, … nera di solitudine», si aggrappa al pensiero delle sue radici, per quanto fragili ma pur sempre reali e concrete, Madre e Sorella. L’una, la madre, «sedimentazione di rinunce, astio, ingiunzioni», l’altra, la sorella, egoista, concentrata sui propri progetti di vita, con la quale Prisca non ha molto in comune.
Il suo nuovo rifugio diventa ora una stanza che era sempre stata di Padre. In questo spazio che Prisca fatica a far proprio, e dal quale di tanto in tanto evade per concedersi delle faticose passeggiate nelle campagne circostanti, intrattiene con due prostitute da cui riceve delle spam, una corrispondenza fittizia. Con la pretesa di rispondere a queste donne Prisca, scrive, si analizza, «in quel monologo senza interruzioni né scontri o confronti riesce a trovare con naturalezza le parole che rispondono ai suoi dubbi, alle questioni che si pone su se stessa e, ogni volta che cancella la mail appena scritta e mai inviata, sente un senso di liberazione, come se le frustrazioni di cui scrive venissero davvero lanciate nell’etere, in un altrove cosmico che ha il potere di annullare.» Questa nuova e singolare abitudine si trasforma in una sorta di confessionale, in sedute psicoanalitiche unilaterali.

Il nuovo rifugio ha due grandi finestre da cui osserva una pianta di limone che ha i suoi stessi anni. Come Prisca ha l’anima stanca, «anche lei sente il medesimo sfinimento, sa che avrebbe bisogno di essere potata, eliminare vecchi rami ormai secchi che rubano energie e non aiutano a rinnovarsi.» Le avvisaglie di quella che sembra essere la menopausa, portano Prisca a proiettarsi una volta di più in quell’albero che è ormai incapace di produrre dei frutti. Le sarebbe piaciuto nascere albero, avrebbe voluto essere un leccio per la sua «capacità eccezionale di adattarsi alle avversità, per sopravvivere e riprodursi si fa piccolo piccolo, si riduce a un arbusto spinoso e con queste minuscole, feroci armi, riesce a tenere lontano i predatori che ne mangerebbero le giovani foglioline, in questo modo si riproduce e si salva.» Dovendo rinascere, le piacerebbe rinascere leccio. E in un certo senso è proprio ciò che avviene, non ne è ancora consapevole Prisca, ma il suo corpo, la sua capsula completamente destrutturata e ridotta a sedimento, sotto la pressione degli eventi, sta finalizzando quei processi chimico-fisici che la porteranno a rinascere altro da ciò che era.
E infine, rinasce Prisca, rinasce a giugno, rinasce leccio. In quei mesi, in cui si andava completando la metafora del processo geologico, nel caos della scienza dove «albergano le potenzialità infinite», una piccola esistenza, protetta fino a quel momento dall’organismo originario, che si è fatto arbusto spinoso per proteggerla dal mondo, può finalmente riprendere a prosperare. Ora, forte di una nuova consapevolezza, e con il pieno sostegno di Madre, troviamo Prisca altra da ciò che era … ora, la diagenesi è compiuta e la promessa dell’autrice mantenuta.
Francesca Laconi
Aprile 2026
Foto di testata di Carla Cristofoli